di Paola Zampieri
Solidarietà, fraternità, dono. Negli ultimi anni questi concetti, da sempre presenti nel pensiero sociale della Chiesa, sono anche un po' meno lontani dal mondo dell'economia. Papa Benedetto XVI ne parla diffusamente nell'ultima enciclica, Caritas in veritate, dove tra l'altro afferma: «Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità, come espressione di fraternità» (n. 34); «Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (n. 35); «Nell'epoca della globalizzazione, l'attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori» (n. 38); «Carità nella verità significa che bisogna dare forma e organizzazione a quelle iniziative economiche che, pur senza negare il profitto, intendono andare oltre la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso» (n. 38).
Idee coraggiose, che spingono l'economia a considerare sempre di più la scelta "morale" e che, rispetto alla tradizionale attenzione della Chiesa verso la redistribuzione dei beni, dicono anche qualcosa in più, come sottolinea Benedetto Gui, professore di economia politica all'Università di Padova: «Il papa ha potuto andare oltre perché incoraggiato e confermato da fatti e idee che negli ultimi anni hanno caratterizzato la scena economica».
Quali sono le esperienze e realizzazioni concrete che hanno segnato un salto di qualità nella vita economica?
«Sul piano dei fatti, ad esempio, le cooperative sociali che fanno l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate rappresentano un segno di contaminazione fra mercato e gratuità: è attività d'impresa, che sta alle regole della vita economica, ma con la finalità di fare spazio a questi fratelli che altrimenti resterebbero tagliati fuori dal mondo del lavoro. Anche l'idea di impresa sociale, che ne è un'evoluzione, mostra che si possono trovare forme di condivisione rispettose delle esigenze di tutti».
Potremmo aggiungere il commercio equo e la finanza etica...
«Il commercio equo coniuga l'attenzione all'economicità (le organizzazioni devono vivere e i conti tornare) con l'obiettivo di migliorare le condizioni di qualcuno che è svantaggiato dagli attuali meccanismi economici (tanti popoli del sud del mondo). La finanza etica, poi, è un grande passo avanti che l'economia in quanto tale deve riconoscere. Prima, infatti, lo scambio tra risparmiatore e gestore dei fondi di investimento era basato solo sulla redditività (con il rischio che per ottenere maggiori guadagni si ricorresse magari al commercio d'armi o allo sfruttamento dei bambini o dell'ambiente, cose che gli stessi risparmiatori non avrebbero voluto) e non c'era un canale di dialogo fra i due. Con l'avvento della finanza etica si è aperta una comunicazione fra sottoscrittore e azienda che utilizza i fondi, per cui il primo può, se lo desidera, rinunciare a parte della redditività (che dunque non è più l'unico criterio) così che i bambini siano trattati bene, l'ambiente rispettato e così via. Queste sono realizzazioni concrete e in crescita, e dicono che ci sono spazi di gratuità e attenzione all'altro anche nell'impresa e nell'economia».
Anche sul piano delle idee c'è stata una scoperta di motivazioni, nelle scelte economiche, diverse da quelle acquisitive?
«È cresciuta la considerazione verso ciò che muove le azioni e le scelte: l'attenzione all'altro, il senso di giustizia, oppure sentimenti meno nobili, come la rabbia verso il comportamento dell'altro; o ancora motivazioni intrinseche, l'azione svolta cioè per il valore che ha di per sé. Le passioni, le pulsioni, giocano un ruolo nella realtà economica e perciò non è più giustificato dire che il discorso morale non c'entra, anzi è quanto mai appropriato e necessario chiedersi che cosa è giusto. Su questi temi c'è stato un convergere di sensibilità da parte di credenti e non credenti».
In ambito economico come ritrovano spazio le relazioni interpersonali?
«Oltre ai beni materiali ci sono i beni che ricaviamo dalle relazioni con gli altri: riconoscimento, conferma, stima o disprezzo, compagnia... Evidenze empiriche, e un'ampia letteratura sulla felicità, ci dicono che sono importanti: la qualità delle relazioni sembra essere più importante dei beni materiali, che pure contano. Così, anche nella vita di un'impresa le uniche poste in gioco non sono la paga, la possibilità di carriera, la sicurezza e la salute sul posto di lavoro. L'azienda è anche un contesto di relazioni, dove si può andare oltre la convenienza reciproca, ad esempio stimolando e sostenendo la crescita personale e professionale del collega. In questo modo le relazioni interpersonali diventano uno spazio per vivere la gratuità».
L'attenzione all'altro nella vita dell'azienda è un punto cardine dell'economia di comunione, progetto avviato nel 1991 da Chiara Lubich e sostenuto dal movimento dei Focolari, che coinvolge oggi circa 700 imprese in tutto il mondo, di cui 200 in Italia e una ventina nel Veneto. In che cosa consiste?
«Chiara Lubich, colpita dal divario colto a San Paolo del Brasile fra centro città e favelas, lanciò l'invito alle aziende a fare impresa, in modo efficiente e competitivo, ma condividendo parte degli utili con chi ha poco o nulla. Venendo alle imprese del nostro territorio oggi coinvolte nell'economia di comunione, abbiamo ad esempio una realtà impegnata in una collaborazione economica e tecnica per la nascita di un'attività in Birmania, con motivazioni quindi che vanno oltre la redditività dell'impresa, quasi una naturale estensione dell'attenzione rivolta alla propria azienda. Nel vissuto di queste imprese vengono in luce ad esempio: il rifiuto di utilizzare mezzi illeciti nelle gare d'appalto; l'impegno a riempire anche il "salto culturale" nell'inserimento degli immigrati in azienda; e sempre la cura nei rapporti interni fra il personale. Sono alberghi, panifici, imprese edili, industriali, di orticoltura e frutticoltura, società di consulenza, studi professionali. Alcune sono realtà molto piccole, ma chiari segni che una certa visione della realtà vuole trovare spazio ed è possibile un cambiamento di cultura nella sfera economica. Anche se non è facile».
La sfida allora qual è?
«La sfida è che questo luogo di socialità che è l'impresa - dove si incontrano persone, colleghi, concorrenti anche - non sia soltanto uno spazio in cui ci sono interessi economici, di mutuo vantaggio, che separano e creano conflitti, ma diventi un luogo in cui le persone possono incontrarsi profondamente, accogliersi e crescere insieme. Si realizzerebbe così il significato più profondo della parola "comunione" anche in quel mondo dell'economia che si è sempre descritto come un ambito dove tutto ciò è fuori posto. Il papa nella Caritas in veritate spinge in questa direzione e chi avrà coraggio, determinazione, perseveranza nel voler trasformare in vita queste idee - che possono sembrare azzardate - che ci sono nell'enciclica, contribuirà a confermarle e farle diventare indicazioni-guida per l'economia di oggi e di domani. L'enciclica, ora, si scrive vivendola».
Per approfondire:
L'enciclica Caritas in veritate: www.vatican.va
Il sito dell'economia di comunione: www.edc-online.org
Documentazione di approfondimento è disponibile nella rubrica R&S


