di Martina Girolimetto
Con la transizione al capitalismo delle reti globali si è andati inevitabilmente incontro a un indebolimento dei legami sociali che fino a pochi anni fa tenevano insieme le comunità, il tessuto imprenditoriale e il sistema di governance locali. Ciò ha dato origine a una nuova prospettiva dalla quale valutare il capitale sociale. Come evidenziato da Putnam, il venir meno di un modello associativo tradizionale ha impoverito il capitale sociale ponendo in serio pericolo il modello sociale che ha garantito lo sviluppo economico nell'ultimo secolo.
Il vecchio capitale sociale, fatto di relazioni interpersonali, di fiducia, di saperi taciti, si è sedimentato per decenni o addirittura secoli nel tessuto sociale, ed è stato fruito e trasferito inconsapevolmente tra le generazioni. Oggi esso appare, in ampia misura, consumato, e poco è stato fatto per assicurarne la riproduzione. Anzi, si sono sviluppate dinamiche che concorrono a inibirlo, addirittura a screditarlo all'interno dei nuovi scenari globali, i quali coinvolgono reti cognitive sempre più ampie, sono in grado di mobilitare fornitori e clienti da tutto il mondo e di scambiare quotidianamente flussi di conoscenze incorporate in macchine, materiali, licenze, software, reti di collaborazione, o semplicemente tramite l'imitazione o la reinvenzione di soluzioni da apprendimento incrociato.
Ne consegue la necessità di rielaborare il concetto di capitale sociale così come esso viene concepito, ad esempio, all'interno dei tradizionali distretti industriali a vocazione manifatturiera, di fatto microcosmi di piccola e media impresa nei quali la componente sociale ha finora giocato un ruolo riproduttivo fondamentale. Il distretto odierno sembra corrispondere sempre di più a una rete di condivisione locale delle conoscenze produttive (1), non necessariamente fondata sulla dominanza di un settore manifatturiero sull'economia locale; questo sia perché l'attività manifatturiera detiene un peso sempre meno rilevante nelle attività industriali moderne, le quali si basano sempre di più sul governo delle funzioni immateriali e di servizio, sia perché la presenza di una maggiore varietà di attività favorisce di più l'innovazione, attraverso lo scambio informativo, l'integrazione di servizi, l'utilizzo di infrastrutture comuni tra imprese, istituzioni e società. I distretti industriali più dinamici evolvono dunque verso forme di concentrazione locale di servizi e di intelligenza terziaria, ovvero sistemi locali di innovazione all'interno dei quali si accentrano funzioni di creazione, accumulazione e diffusione di conoscenze produttive specializzate.
All'interno dei nuovi sistemi locali di innovazione aumenta in modo significativo il ruolo assegnato alle imprese leader le quali, ferma restando la volontà di ancorare costantemente il vecchio al nuovo, hanno saputo vestire il ruolo di pioniere, esplorando in avanscoperta nuovi spazi competitivi e dando un seguito a nuove idee e opportunità. Da loro emerge un modo nuovo di concepire e di fare impresa che agisce su tutti gli aspetti che la compongono: dagli obiettivi alla strategia, dall'organizzazione alla gestione delle risorse umane; dal marketing alla comunicazione, fino ad arrivare ai comportamenti e ai valori degli imprenditori. Enfatizzarne il ruolo consente non solo di valorizzare i percorsi di cambiamento che esse hanno intrapreso, aumentando così il livello di consapevolezza collettiva della necessità di aprirsi al confronto con il contesto internazionale, ma soprattutto di trasferire il ragionamento dal concetto di modello a quello di un sistema aperto, nel quale un insieme di imprese, citando Corò e Micelli "crescono, innovano e usano le economie del distretto per aprirsi una «finestra sul mondo», anziché continuare a considerarlo un «mondo in bottiglia»(2)".
Se queste imprese hanno saputo avviare percorsi di cambiamento adottando nuovi modelli di business, riorganizzando la propria catena di valore anche su scala globale, investendo in assets immateriali quali tecnologia, comunicazione e capitale umano, altre sono rimaste indietro, riscontrando notevoli difficoltà a modificare le proprie strategie abituali. Proprio questa divaricazione tra imprese appartenenti allo stesso territorio produttivo costituisce un primo segnale di crisi rispetto al concetto di cooperazione tradizionalmente legata al distretto, che si assume debba funzionare invece in un regime di comunità di destino in cui la coesione e l'identità sociale, ma anche le istituzioni, funzionano su base localistica configurando l'andamento complessivo del sistema. Si tratta di una dinamica destinata a non reggere nel mutato contesto competitivo della produzione, il quale, operando all'interno di reti allargate, chiede regole più formalizzate, una maggiore disponibilità all'apertura ai circuiti globali e un più diretto collegamento ai centri di elaborazione e diffusione delle conoscenze scientifiche (3); soprattutto chiede di fare maggiore riferimento ai temi dell'apertura all'innovazione e alla creatività tecnologica piuttosto che a quelli del capitale sociale, che tendono a porre barriere culturali all'integrazione nel tessuto produttivo di nuovi soggetti, di nuovi saperi e nuove idee, in sintesi all'innovazione.
Ciò che preme sottolineare, è la necessità, sulla quale insiste Rullani, di andare oltre il rimpianto delle posizioni di rendita godute nel passato, cercando, a tutti i livelli, risposte e strategie adeguate ai bisogni emergenti. Il che non significa nemmeno screditare in toto l'eredità accumulata nel tentativo di realizzare un improbabile salto verso il radicalmente nuovo. Entrambi gli atteggiamenti risulterebbero inefficaci, essendo basati su un'adesione o un rifiuto "di principio" di quegli elementi distintivi (distretti, sistemi locali di relazione ecc..) che contengono invece in sé le preesistenze necessarie a riprendere le fila della programmazione futura. Andare incontro ad un'evoluzione reale (4) significa dunque saper elevare i materiali ereditati dal passato a leve di una strategia coerente dello sviluppo futuro del territorio. Non a caso, il rapporto annuale della Fondazione Nord Est sulla società e l'economia dell'area Nordest "Nord Est 2009" (5) evidenzia che le piccole e medie imprese del territorio che stanno reagendo meglio agli effetti della crisi economica mondiale non sono quelle che cercano a tutti i costi un nuovo modello di sviluppo, bensì quelle che cercano di riconfigurare quello esistente, che sotto alcuni aspetti non ha assolutamente perso le sue capacità propulsive, nell'abito del nuovo contesto di produzione e di competizione.
(1) Cfr. E. Rullani, Dove va il Nordest. Vita, morte e miracoli di un modello, 2006, Marsilio, Venezia.
(2) G. Corò, S. Micelli, I nuovi distretti produttivi: innovazione, internazionalizzazione e competitività dei territori, 2006, Marsilio, Venezia, p. 44.
(3) G. Corò, S. Micelli, I nuovi distretti produttivi: innovazione, internazionalizzazione e competitività dei territori, 2006, Marsilio, Venezia.
(5) E. Rullani, Il Nord est alla prova delle idee, in D. Marini, S. Oliva (a cura di), Nord est 2009 X Rapporto sulla società e l'economia, 2009, Marsilio, Venezia, pp. 297-304.
Documentazione di approfondimento è disponibile nella rubrica R&S


