di Giovanni Realdi
Dalla Siberia alla Transnistria. In quest'area geografica si staglia il corridoio che fa da sfondo a un contemporaneo romanzo di formazione quale Educazione siberiana, il canale immaginario che hanno percorso gli Urca siberiani deportati da Stalin nel territorio al confine moldavo. L'autore, Nicolai Lilin, racconta quel che rischiava di andare perduto: le gesta della comunità criminale, dove il possesso, l'uso delle armi e l'omicidio sono regolati da severe norme, come il ruolo degli anziani, la posizione della donna, le scelte individuali. Una precisa gerarchia di valori, tra i quali spicca l'obbligo di dire sempre la verità. Regole, norme relazionali: in una parola, etica. L'impatto è senza dubbio paradossale, e la sensazione straniante ti accompagna per una buona metà del libro, finché non ti rendi conto che sei di fronte a un saggio antropologico, nel quale si ricostruisce con passione un possibile ethos.
Avverto la fatica di commerciare con uno stile di vita in cui l'assassinio è legittimato e nello stesso tempo mi colpisce la nettezza affascinante dei suoi confini. Perché? Lo guardo a partire dal mio bagaglio, e dal punto in cui mi situo: un insegnante di filosofia, che si misura con il problema dell'educazione, coinvolto nel cosiddetto "mondo della solidarietà", attento alle dinamiche emotivo-relazionali, ora tutor di un esperimento che si chiama Scuola del legame sociale. E, cosa per nulla secondaria, lo guardo da prodotto della terra che è il Veneto.
La questione che porta il nome di cittadinanza attiva, che costituisce la scatola nella quale reperire i pezzi di senso che stanno alla base della Scuola, non può evitare di ospitare al proprio interno il dove. In altri termini: perché la cultura del volontariato e più in generale della responsabilità civica veneta ha prodotto, ora, un laboratorio "per costruire città felici"?
Un altro romanzo di formazione, I piccoli maestri, Luigi Meneghello. Dalla sua cattività inglese si pone una domanda radicale: che cosa è stata la guerra partigiana veneta? E lo fa in un modo ancora oggi inaccettabile per molti, quello della rappresentazione anti-retorica. La guerra per bande - just a fucking bandit - fuori dal mito, con la volontà precisa di rimuovere l'occupazione ideologica di quel movimento, della cultura che ci stava dietro e del prodotto più significativo - aggiungo di mio - di tale cultura, la nostra Carta Costituzionale. Interpello lo scrittore vicentino senza l'obiettivo mimetizzato di declamare i fasti militari dei Padri Costituenti, diversamente sarebbe un tradimento del primo e dei secondi. Meneghello cerca di capire: «volevo informarmi un po' sul loro ethos, ma naturalmente c'è lo svantaggio che in dialetto un termine così è sconosciuto. Non si può domandare: "Ciò, che ethos gavìo vialtri?"».
Quella questione, squisitamente linguistica, diventa per noi altro. Non si tratta infatti solo di avere di fronte due piani fisiologicamente incomunicabili: non abbiamo parole viventi, come quelle del dialetto, per parlare dei fondamenti morali di una generazione; si tratta di un gap più profondo: sessant'anni dopo quelle esperienze, il linguaggio impiegato per connotare la società civile - da altruismo a cittadinanza, da responsabilità a valori - è stato sottoposto a una tale usura da non avere più la capacità di indicare qualcosa di riconoscibile. Le parole, occupate dalla politica nella sua versione mercantile (il consenso è uno dei possibili prodotti da piazzare), non convincono più, non interpellano la sfera razionale coinvolta nella fase di deliberazione, essenziale in una democrazia partecipativa, ma spingono la partecipazione stessa solo attraverso input emotivi, il più fecondo dei quali è la paura. Non a caso, disperso ai venti della retorica l'ethos veneto, qualsiasi cosa potesse essere, assistiamo alla costruzione di nuove comunità chiuse, di appartenenze fondate sull'esclusione. L'ethos non è un insieme di principi da riconoscere con pazienza, ma è ridotto a un elenco di valori impiegati come muro per tenere lontani coloro che vengono indicati come diversi, altri, stranieri. È il noi contro il voi, il noialtri-vialtri portato all'eccesso. L'operazione letteraria di Lilin, in quanto tale pienamente sensata, è riproposta quotidianamente da una sorta di politichese condiviso, che può assumere toni all'apparenza dialoganti o lanciarsi in monologhi violenti. Ethos prêt-à-porter.
Un buon numero delle persone che hanno aderito alla Scuola del legame sociale sono state interpellate da queste due ultime parole. Il legame sociale così inteso è la relazione tra gli individui: è "legame" in quanto nodo tra due persone, per cui ciascuno si sbilancia verso ciò che lo trattiene verso l'altro; è "sociale" non solo perché al di là del limite del singolo c'è già "società", ma anche perché è relazione che crea pratiche sociali. Non è una "bella esperienza" che ciascun individuo fa o ha fatto - anche nell'impegnarsi in una organizzazione di volontariato - ma è la ricerca della cifra che rende tale esperienza un luogo da cui guardare con occhi diversi la città da costruire. Di qui la "scuola": un ambito di sapere condiviso, perché le nuove visioni del futuro necessitano di parole disoccupate.
Alla base giace un presupposto: esistono donne e uomini che si prendono cura di qualcosa che va al di là della propria mera sopravvivenza. Chiamiamola "cittadinanza attiva" o "responsabilità civica", il nome non è in prima istanza essenziale: il fatto, quel che invece non può essere ignorato, è che qualcuno non si limita per vivere a lottare contro la paura, ma attua pratiche di "buona vita", nel senso greco del termine, in cui cioè pone attenzione alle ricadute comunitarie delle proprie azioni.
Non basta, perché in gioco qui è la felicità. Può essere presuntuoso cercare di definirla: si tratta invece di prendere atto che molte persone, invisibili e illuminate, cercano di essere felici-con-gli-altri e non da sole. Perché? Da dove nasce questa loro direzione di vita? C'è una traccia, che la Scuola si propone di seguire e che poi è la medesima che ha abitato la relazione tra Meneghello e il suo "piccolo maestro", Toni Giuriolo, così come tante biografie dei Costituenti: aver incrociato altre persone capaci di questa visione del mondo, esser rimasti affascinati dal loro sereno e inquieto modo di affrontare i problemi, aver formulato liberamente a se stessi una domanda di senso, aver infine voluto replicare quel tentativo, al di là della foresta delle fedi e delle ideologie. La ragione può essere anche debole, e non arrivare a definire l'ethos o la felicità, ma la pienezza di una vita pienamente riuscita lascia, come un tatuaggio, un segno indelebile. Le biografie personali possono contribuire così a ricostruire un inedito progetto comunitario: questo l'obiettivo della Scuola.
Documentazione di approfondimento è disponibile nella rubrica R&S


