di Umberto Boschetto
Il dramma della disoccupazione incombe per tutti. Servono politiche attente: a definire azioni capaci di ridurre l'impatto della crisi sulla disoccupazione; a massimizzare il potenziale di crescita dei posti di lavoro in tempi di ripresa; ad assicurare sistemi di protezione sociale efficaci.
Attualmente la crisi sta colpendo in modo più acuto i giovani rispetto ad altre fasce di età più tutelate. Emerge dunque anche in termini di senso comune la centralità di percorsi di istruzione e di formazione di livello e di qualità per il nostro sistema economico e sociale entro questo scenario di crisi globale dell'economia.
Serve quindi una lungimirante politica dell'istruzione e della formazione, che svolga il compito di favorire l'accesso alla opportunità di risorse, di tecnologie e di conoscenze, nella consapevolezza che la straordinaria mobilità di questi fattori può generare anche rischi per le persone e la collettività in termini di stabilità del lavoro e del reddito. Questi rischi potranno essere contenuti con adeguate protezioni sociali e con politiche attive del lavoro che stimolino l'inclusione delle persone nel mercato del lavoro e rafforzando le opportunità formative sull'intero corso della vita.
Alla tradizionale necessità di conciliare gli interessi tra capitale e lavoro, si accompagna l'esigenza di trovare giusti equilibri tra le tutele di chi lavora e di chi è escluso dal mercato del lavoro, tra le esigenze della produzione con quelle dell'ambiente, tra diritti dei lavoratori e il rispetto dei cittadini utenti dei servizi, tra generazioni anziane e giovani.
LA CRISI COME OPPORTUNITÀ: LE SFIDE CON CUI I GIOVANI DEVONO FARE I CONTI
Ma quali strumenti offrire ai nostri giovani perché sappiano trasformare i vincoli determinati da questa recessione in stabili opportunità? La storia dell'uomo è sempre in costante divenire, le società sono sottoposte a cambiamenti ciclici e l'uomo si è abituato ad adattamenti continui non solo per mera sopravvivenza ma per un anelito innato a migliorare le proprie condizioni esistenziali. Oggi, come il più remoto ieri, tutti, siamo messi nuovamente a dura prova.
Ci stiamo confrontando con un processo evolutivo che non ha precedenti, ci troviamo al centro di un gioco d'urto di più elementi, di variabili di dimensione planetaria: economiche, tecnologiche, produttive, politiche, culturali e sociali, che risulta difficile tenere sotto controllo, ci troviamo ad assistere a eventi che percepiamo come minaccia alla nostra attuale situazione, che mutano e cambiano rapidamente e in una prospettiva di complessità crescente.
È un fenomeno che spaventa, e primi fra tutti gli adulti, perché disorienta, crea difficoltà di adattamento, perché mina le certezze e le conoscenze acquisite, perché impegna a uno sforzo accelerato e obbliga, per non restar tagliati fuori, a rientrare in gioco, distrugge la nostra inerzia, che ci sembrava una meta conquistata e un punto di arrivo dopo tanta strada fatta. Non è allora un'opportunità un processo di cambiamento?
Come possono i giovani, più facili invece ai processi di adattamento, più elastici e permeabili all'innovazione, sfruttare questa "crisi/opportunità" e predisporsi al futuro?
Partiamo dal contesto, lo facciamo limitandoci a fotografare solo quelle condizioni-chiave che impattano direttamente sul lavoro, perché è sul lavoro e sul suo ruolo di propulsore di cittadinanza attiva e fattore di competitività del Paese, sul suo futuro, la sua certezza e le sue garanzie, che questi giovani dovranno giocare la loro sfida:
- lo spostamento rilevante dell'occupazione dalla produzione (manifattura) ai servizi - alla stregua dell'ormai lontano passaggio dalla società agricola a quella industriale -, condizione di enorme rilevanza anche nei suoi effetti di trasformazione dell'occupazione e del lavoro stesso che da salariato diventa autonomo, da rigido a flessibile, da tipico ad atipico, da individualmente utile a socialmente utile, da chiuso in uno luogo e in un tempo definiti a temporalmente e logisticamente aperto, da verticale ad orizzontale, da competitivo a collaborativo;
- la fine o marginalizzazione del modello taylorista-fordista di produzione per cui dobbiamo misurarci con un sistema di produzione post-fordista, ossia con l'apertura dei mercati fuori dai confini nazionali (la Cina, l'India...), alla ricerca di costi di lavoro più bassi e posizioni di efficienza strategica sui mercati esteri. Riflettiamoci: non c'è solo la necessità di conoscere le regole commerciali o di dumping, l'e-commerce e l'e-business, ma quella altrettanto obbligante di conoscere e saper padroneggiare più lingue;
- la possibilità, attraverso internet e le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, di accedere ai benefici di massa, su scala un tempo impensabile. È un evento anche questo che irrompe nella scala delle nuove categorie di professioni: dal web designer che decide le strategie comunicative curando le pagine web, al web master che raccoglie le iniziative dell'azienda e le trasforma in un progetto coordinato di comunicazione; dal web programmer che si occupa della gestione tecnica del sito, al web surfer che ricerca e seleziona siti e informazioni in rete. E ancora il web account manager, il web project manager che sappia integrare e gestire le diverse competenze per realizzare un progetto web, il consulente dei social networking, tanto di grido, fino al facility manager a supporto dei processi primari dell'organizzazione in cui opera. Sono queste, e altrettante afferenti, le nuove professioni del mercato che proliferano dopo l'avvento di internet che i giovani si troveranno a fronteggiare e che interesseranno le loro scelte;
- la fine del posto fisso e l'affermarsi dello strumento della flessibilità. Oggi l'idea del posto fìsso è una chimera da abbandonare per cedere il passo a nuove pratiche operative: nasce da qui il concetto di flessibilità. Flessibilità non come strumento di precarietà che alimenta il mercato sommerso, ma nella sua accezione più nobile di adattabilità, un concetto semplice in base al quale un giovane in cerca di lavoro (ma vale anche per chi un lavoro già ce l'ha), non deve pensare di rimanere legato a quel posto fino alla pensione, ma deve entrare in una logica e in una prassi di lavoro a mobilità verticale o orizzontale, deve poter immaginare di cambiare più volte, nell'arco della sua vita lavorativa, la sua occupazione e/o il suo datore di lavoro.
In una visione evolutiva, la flessibilità può rappresentare allora - nonostante l'uso errato che se ne voglia fare - una vera occasione e uno strumento di crescita, attraverso il quale ampliare il proprio bagaglio di conoscenze e di esperienze. Di certo la diffusione del modello di flessibilità sarà sempre più una tra le variabili più incidenti nella definizione delle strategie di ricerca del lavoro, nel modo stesso di organizzare e svolgere il lavoro, ma soprattutto, nei percorsi di creazione di un'identità professionale;
- la perdita di valore o di interesse delle competenze manuali tradizionali e l'affermarsi di un alto contenuto e domanda di conoscenza nei nuovi lavori e nelle nuove modalità di svolgimento di questi e dei vecchi lavori (la prima conseguenza di questo è la marginalizzazione di chi non è adeguatamente istruito). Il declino delle occupazioni tradizionali, "aziendali", e dei mestieri da un lato, il moltiplicarsi di professioni ad alta mobilità sul mercato del lavoro (professioni emergenti) dall'altro, stanno consacrando in modo dirompente la nascita di una nuova classe di lavoratori: i lavoratori della conoscenza, tecnici e professionals. Sono i manager professionali o "manager integratori", i Professionals o "esperti dotti", i tecnici o "esperti pratici", operativi qualificati o "operatori di processo" , non sono solo "provider " di conoscenze specialistiche, ma integratori di conoscenze e risorse aziendali; nuovi lavoratori che hanno relazioni con altre funzioni interne ed esterne all'impresa se non addirittura con i soggetti dell'ambiente competitivo rilevante per l'impresa stessa (i clienti e i fornitori), che dovranno saper combinare le proprie conoscenze con quelle "proprietarie" dell'organizzazione; una miscela esplosiva di requisiti non solo cognitivi ma sociali, relazionali ed emotivi.
Siamo in presenza di un modello di lavoro integrato: dal lavorare per funzioni a lavorare per processi, dalla stratificazione ad un continuum di ruoli a diverso livello di conoscenze e competenze. Sempre più la figura richiesta dovrà saper coniugare conoscenze e capacità tecnico-professionale, con competenze trasversali; competenze richieste dall'agire in un contesto ad elevata relazionalità, caratterizzato dall'uso di tecnologie per l'informazione e la comunicazione, e quindi manageriali, organizzative, creative, informatiche, giuridiche, comunicative e relazionali, linguistiche.
C'è poi un soggetto interessante che si fa strada fra questi nuovi lavoratori: sono i lavoratori dei servizi alla persona, servizi del sociale per il sociale e questo anche in relazione al dato storico della crescita del numero degli anziani. Se si vorrà davvero gestire il declinare dell'occupazione di massa nel XXI secolo, sarà essenziale agevolare la transizione di milioni di lavoratori da un impiego formale nell'economia di mercato a servizi alla collettività nell'economia sociale (Jeremy Rifkin);
- siamo in presenza di un fenomeno forzato di "trascinamento giovanile" che genera malessere diffuso: riguarda la generazione tra i venti e i quarant'anni, gli anni in cui maggiori sono le energie intellettuali e fisiche e più feconda è la creatività.
L'arco cronologico del giovane è come diluito e vistosamente spostato in avanti, il tempo dell'adolescenza si è allungato per via della permanenza prolungata del giovane in casa e dentro le istituzioni formative; la maggior parte dei giovani entra nel mercato del lavoro tardi e con un lavoro precario, se non proprio ancora in nero, vive più a lungo in famiglia con i genitori, si sposa dopo i trent'anni o i quaranta, e ancora più tardi ha un figlio. Anche quando si sposa, spesso, continua a dipendere in una certa misura dalla famiglia che resta il vero ammortizzatore sociale, specie in questo tempo di crisi.
C'è chi vede nella lunga permanenza dei giovani in famiglia il risultato di una libera scelta, che fa comodo a genitori e figli, che protegge dall'esclusione e migliora lo standard non fosse altro che per i vantaggi di scala della vita in comune. Ma non sempre il permanere della vita in famiglia è il risultato di libera scelta, piuttosto è una soluzione di ripiego, comunque accettata che però non aiuta a rendere autonomo per tempo il giovane e non lo allena all'indipendenza, alla autoaffermazione e alla responsabilità.
Se sono dunque queste le variabili critiche, o comunque di fatto, con cui un giovane oggi deve fare i conti, c'è da chiedersi se questi siano preparati e pronti a rispondere alla sfida a cui sono chiamati. Pensiamo alla scuola o alla formazione. A come e su cosa formare un giovane.
(La riflessione sul tema, da parte del'autore dell'articolo, proseguirà nei prossimi numeri di "Toniolo ricerca".)
Suggerimenti per letture di approfondimento:
Gardner Howard, Cinque chiavi per il futuro, 2007, Feltrinelli.
Rifkin Jeremy, La fine del lavoro, 1996, Baldini Castoldi Dalai.
Rifkin Jeremy, L'era dell'accesso, 2001, Mondadori.
Rifkin Jeremy, Economia all'idrogeno, 2002, Mondadori
Pace Federico, "Crisi, pagano i più giovani", Repubblica, 28 ottobre 2009.
Savagnone Giuseppe, "C'è un mondo di giovani che non fa notizia", Avvenire, 6 novembre 2009.
Manca Daniele, "Crisi, otto parole per un inganno. Sulle regole troppe promesse tradite". Intervista a Guido Rossi, Corriere delle Sera, 6 novembre 2009.
Ferrari Giorgio, "L'ora di progettare e di dare lavoro", Avvenire, 7 novembre 2009.
Possenti Vittorio, "Governiamo la ripresa con visioni forti e forze convergenti", Avvenire, 8 novembre 2009.
Documentazione di approfondimento è disponibile nella rubrica R&S


