di Mario Zanazzi
Paragonato a una partita di pallone, il vertice di Copenhagen sul clima (7-18 dicembre 2009) equivale a un pareggio zero a zero.
Un risultato ambiguo il cui commento, sportivo, potrebbe articolarsi sulla mezza delusione, sulle occasioni mancate, oppure al contrario sul fatto che nonostante tutto un punticino lo si è portato a casa. È lo stesso giudizio, politico, che i capi di stato e di governo hanno dato sul vertice.
Il pubblico invece manifesta più rumorosamente il proprio pessimismo, spesso la rabbia per un incontro non all'altezza del biglietto pagato. Anche qui troviamo corrispondenza con il commento di osservatori, analisti, media, semplici cittadini.
Il risultato ottenuto non è quello sperato, e la stringata dichiarazione finale lo evidenzia con chiarezza, ma contemporaneamente emerge la necessità di lasciare aperto il match.
Ma il Patto Globale è impossibile da scrivere con le regole attuali, questo il commento degli analisti. Nuove regole quindi? Aggirare una improbabile unanimità con iniziative unilaterali, accordi e convenzioni tra potenze in decadenza, magari contrapposte a quelle tra paesi emergenti? Fine dei vertici globali? Il tutto naturalmente sullo sfondo di una emergenza in corso. Lo scenario che abbiamo di fronte ormai da tempo ha smesso di suggerire prudenza, i segnali di allarme concreti aumentano, e anche l'inganno di certo catastrofismo scenografico, pur senza apparire seriamente credibile, assume se non altro il merito di ipotizzare un futuro, legittimato dall'assenza di soluzioni praticabili e di scelte politiche conseguenti.
Non credere alla catastrofe è legittimo, ignorare o negare i segnali no.
«Può essere, molto semplicemente, che non si voglia credere alla catastrofe, già ampiamente provata, perché è più comodo ingannarsi, illudersi. Oggi sembrano tutti sopraffatti dal fascino dell'autoinganno. E finiscono per voler lucrare anche sul proprio funerale».
Così commenta Andrea Zanzotto in un'intervista dello scorso anno sul suo ultimo libro, senza necessità di prevedere il risultato di Copenhagen. È un invito ad abbandonare la logica della produzione, che ha scavalcato i limiti del mercato e assume la forma di un credo-planetario, per ragionare invece sui lunghi periodi, sul mondo che non vedremo, su tempi che non sono quelli annuali della prossima scadenza di vertice e nemmeno sul prossimo decennio.
I tempi dell'ambiente sono straordinariamente lunghi, inimmaginabili, e così anche la sua capacità di autodifendersi e autoalimentarsi. La terra si ribella e gli umani loro malgrado sono costretti a subirne il fascino.
«Anche se calpestato, squartato, tumefatto, ustionato, ulcerato, il paesaggio esercita ancora un continuo richiamo. Attraverso il fischio di anonimi uccelletti o grazie a venti improvvisi e furiosi. Sempre e comunque, il paesaggio, nella sua duplice veste di incanto e gabbia, induce quel sentimento di immanità che percorre strade tutte sue. A volte ce lo indica ammutolendo, altre invece cantando in modo anche stonato. Non per caso, nelle mie poesie più recenti, la stonatura è sempre in agguato. Voluta e non voluta».
Di nuove regole ci sarà bisogno se si vuole rigiocare la partita, e i segnali positivi, come sostiene Anthony Giddes, si registrano da una parte sul fatto che l'intesa di oggi è sottoscritta dai tre paesi che rilasciano nell'atmosfera le maggiori quantità di gas serra, dall'altra che è passata l'epoca in cui ogni nazione o gruppo di nazioni si limitava ad aspettare che qualcun altro prendesse l´iniziativa, e questo potrebbe essere l'inizio di un percorso.
«Non si tratta di una strada che richiederà necessariamente l´approvazione generale, e le Nazioni Unite in un certo senso ne saranno messe in disparte. Nondimeno si tratta di una strada che porta con sé speranza, perché riconosce le realtà geopolitiche di fondo e collabora con esse piuttosto che agire contro di esse. Se intendiamo venire a patti concretamente ed efficacemente con il cambiamento del clima e mantenere l´aumento medio globale delle temperature entro i 2 gradi Celsius, dobbiamo a questo punto cambiare i nostri rapporti internazionali».
Nel frattempo, aspettando nuove regole e per rendere meno noiosa l'attesa di un mondo migliore, è possibile controllare singolarmente e personalmente chi sta facendo poco o molto, e chi nulla.
Strumenti aggiornati sono pubblicati periodicamente da Worldwatch Insitute, International Energy Agency (EIA), e5 (European Business Council for Sustainable Energy), Eurostat e molti altri istituti. Tra questi per immediatezza e concisione dei dati è di grande utilità il Klimaschutz Index 2010 di Germanwatch, una raccolta delle misure che ciascuno dei 57 paesi più industrializzati predispone per il clima, accompagnata da dati, statistiche, e soprattutto classifiche.
Curiosamente anche per quest'anno in quella dei paesi più virtuosi sono rimasti vuoti i primi tre posti, una scelta che più di ogni altra spiegazione dice molto sui criteri di valutazione: nessun paese ha ancora avviato il percorso per evitare un pericoloso cambiamento climatico.
Le 57 nazioni responsabili di oltre il 90% delle emissioni mondiali di CO2 sono classificate, oltre che sui risultati, anche sulla base delle politiche messe in atto. Il dato più interessante è che proprio i paesi delle economie emergenti stanno scalando posizioni e chiedono di essere tra i protagonisti della partita, o più semplicemente di avere una possibilità.
Se si vuol giocare, una delle regole che si imparano da piccoli è che la palla rimane in gioco finchè non è completamente uscita. È il minimo da garantire a chi ha ancora intenzione di impegnarsi. Linea fa campo.
Per approfondire:
http://unfccc.int/meetings/cop_15/items/5257.php
http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=17408
http://www.germanwatch.org
http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-78-09-865/EN/KS-78-09-865-EN.PDF
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/12/07/andrea-zanzotto-la-natura-inganno.html
Documentazione di approfondimento è disponibile nella rubrica R&S


