di Nereo Tiso
Il saggio diceva che negoziare, contrattare, vendere e comprare sono una particolarità di tutto ciò che ha a che fare con l'attività umana e che si è tradotto nel sistema semplicemente definito mercato. Chiaro che per negoziare è necessario avere qualcosa da negoziare e, naturalmente, qualcuno con cui negoziare, cioè disponibile ad avere delle relazioni interessate. Se non si hanno questi requisiti lo scambio non può avvenire e, naturalmente, non si può negoziare con se stessi pena la nullità del negotium.
A questo punto, chi non negozia ne è inesorabilmente escluso e questa esclusione gli preclude anche le garanzie che, invece, ha chi può contrattare, e verrà escluso anche dalla rappresentanza che si appoggia a chi ha efficacia contrattuale ed è efficiente nel sistema. Così coloro che perdono l'inclusione nelle negoziazioni, perdono anche delle caratteristiche sociali che ne fanno dei vulnerabili del sistema. I vulnerabili hanno varia provenienza: possono arrivare da coloro che prima erano invulnerabili e che per diverse ragioni si sono trovati senza possibilità e opportunità; possono arrivare altresì da degrado culturale e familiare senza possibilità di uscita; oppure dagli immigrati che per motivi di difficoltà burocratiche o di impedimenti legislativi si trovano ai margini con le possibili conseguenze che tutti conosciamo; oppure da esclusi cronici, sofferenti o da autoesclusi; o ancora da coloro che dopo aver concluso il periodo lavorativo per raggiunti limiti di età si trovano, loro malgrado, in una situazione economica non in grado di affrontare le situazioni complesse che giornalmente gli si presentano.
Ma tutti coloro che si trovano a invecchiare in situazione di esclusione quali prospettive possono avere in un sistema schizofrenico come il nostro? Quali diritti e quali tutele possono vantare perché venga riconosciuta la loro dignità? Naturalmente se l'esclusione non impedisce loro di "rendersi presentabili" o rimanere invisibili nella loro vulnerabilità. Un sistema con dei valori condivisi ha il dovere di investire risorse e di riconoscere che nella dignità della persona sta l'azione primaria di chi ha la responsabilità di garantire e tutelare i diritti di tutti prestando attenzione ai bisogni di ognuno. Tutto ciò senza scadere nella pietas del "contributo" necessario o nel miserevole paternalismo di stato.
Sta nella riconsiderazione dei valori attribuiti a chi è integrato nel "negozio" e chi, in un certo senso, subisce una sorta di "disintegrazione" sociale, economica e umana perché ne è escluso, il sistema che decide l'azione da compiere per poter affermare con forza che la pari dignità ha un costo che dovrà essere sostenuto da chi è maggiormente in grado di contribuire rispetto a chi è escluso dalla contribuzione stessa. E la redistribuzione dei contributi necessari dovrà essere affiancata da un sistema di relazioni quale valore aggiunto alla mera considerazione di tipo economico che si ha della persona. Questo perché la stessa dignità non diventi negoziabile e il soggetto non sia egli stesso oggetto di negoziazione.
È evidente che per sostenere il sistema ci vogliono norme adeguate, risorse sufficienti e capacità di essere lungimiranti nella programmazione economico-sociale e riuscire ad affrontare in maniera adeguata le diverse situazioni che il futuro ci presenterà. Un esempio, certamente non l'unico, è il miglioramento del sistema sanitario con un sempre maggior numero di persone che raggiungeranno limiti di età invidiabili. Molte di queste, però, saranno costrette, loro malgrado, ad andare ad aumentare il numero dei non autosufficienti con conseguenze talvolta insostenibili per le famiglie.
In un futuro non molto lontano ci saranno persone provenienti da paesi non comunitari in situazione di grave difficoltà, che potranno avere bisogno loro stessi di assistenza ma che mancano della rete sociale e familiare che gli autoctoni hanno. Sono le famiglie che hanno deciso di stabilirsi nella nostra regione per il resto della loro vita e con i loro figli, che possono trovarsi in difficoltà e che avranno necessità di assistenza sanitaria e no e che finora hanno a loro volta contribuito in modo non secondario al welfare generale. Tra l'altro queste persone, queste famiglie, si trovano già ora, in questo pesante periodo di crisi, in una posizione assolutamente svantaggiata. Aver perso il lavoro e rimanere disoccupati per oltre sei mesi comporta la scadenza del permesso di soggiorno, diventando irregolari e inglobati, quindi, nella pericolosa situazione della clandestinità con l'immediata espulsione dal nostro paese. Oppure possono andare a ingrossare le file della marginalità o, peggio, della microcriminalità con le conseguenze che tutti sappiamo..
Naturalmente se si pensasse a un sistema di solo assistenzialismo tout court ci ritroveremmo, nel futuro prossimo, in una situazione che appesantirebbe ulteriormente il sistema endemico di marginalità senza speranza. Anche perché sembra che molti di coloro che vengono indicati come emarginati siano in movimento, abbiano una sorta di dinamicità e quindi non possano essere inquadrati in un unico "contenitore" dell'emarginazione o inseriti in un unico luogo. E qui non si parla solo di patologie di emarginazione irrecuperabili, o di chi si trova nella irrecuperabilità funzionale, ma anche di chi cerca un nuovo lavoro, di chi si rivolge alla rete familiare non della stessa città, di chi deve occuparsi di figli e anziani e manca di risorse sufficienti, di chi è preoccupato perché può perdere il permesso di soggiorno e teme di non poter mandare a scuola i figli.
Pertanto, assistenza non fine a se stessa ma finalizzata al recupero utilizzando fondi che abbiano provenienza pubblica ma che facciano anche del privato un importante agente per trasferire risorse nel recupero di capacità, abilità e intelligenze che altrimenti andrebbero perdute. Questo potrebbe garantire o comunque creare investimenti sociali positivi nel senso di ridurre la marginalità, utilizzare nel modo migliore le risorse investendole soprattutto nelle situazioni che non possono più rientrare essendo ormai nella non autossufficienza e non solo per limiti di età.
Sono situazioni nuove che devono essere affrontate dalla nostra Regione come impegno per chi deve governarla nel prossimo futuro, con la consapevolezza anche che la situazione economica non ha ancora grandi margini di miglioramento e che le sue congiunture non sono prevedibili. La speranza è che si affrontino i problemi guardando all'oggi ma pensando al domani per non ritrovarci a fare errori vecchi senza pensieri nuovi.
Documentazione di approfondimento è disponibile nella rubrica R&S


