di Marco Almagisti
La miglior sociologia economica ci ha spiegato l'importanza delle società locali (la cosiddetta Terza Italia, ossia il Nordest e l'Italia centrale) nello sviluppo economico italiano degli ultimi trent'anni (1). La miglior letteratura può aiutarci a comprendere meglio il serbatoio di risorse culturali e simboliche contenuto nelle società locali, a volte non pienamente valorizzato dalle istituzioni politiche nazionali. Nei suoi libri Luigi Meneghello, uno dei più grandi letterati del Novecento italiano (scrittore veneto a lungo dispatriato in Inghilterra), evidenziando i proficui rapporti fra lingua italiana, dialetto maladense e lingua inglese, ha esplorato in modo originale i difficili rapporti tra centro e periferia, ricordando come spesso per molti italiani le esperienze culturali, esistenziali e politiche più significative avvengano nelle società locali.
Meneghello non si occupa esplicitamente di cultura politica, ma riesce ugualmente a descrivercela parlando della Malo negli anni '20-'30, un paese governato dai fascisti, il cui fascismo è ovunque, ma è ovunque in maniera superficiale, essendo il fascismo un prodotto culturale di derivazione urbana, e come tale, percepito quale sovrastruttura, artificiosa, rispetto alla filigrana del Veneto rurale, paesano (2). Sotto l'apparenza retorica, persiste un Veneto figlio di una cultura antica gemmata sotto l'egida della Repubblica Serenissima di San Marco e legata al protagonismo poderoso della Chiesa, quale primario erogatore di capitale sociale e cultura diffusa (3).
Numerosi decenni dopo, con l'esperienza della dittatura fortunatamente alle spalle e con cambiamenti sociali che hanno modificato radicalmente il contesto in cui viviamo, quello che possiamo riscoprire della lezione di Meneghello è la rinnovata necessità di mettere a confronto la cultura "riflessa", sedimentata nell'accademia e nelle istituzioni, e la cultura "diffusa", il saper fare contestuale, pratico, di natura diversa rispetto a quello formale e accademico. L'intera esistenza di Meneghello è stata dedicata al tentativo di conciliare questi diversi modi d'essere della cultura, spesso difficili da mettere in comunicazione. Secondo Meneghello negli anni Trenta la cultura scolastica e dell'accademia serve soprattutto a legittimare un sistema di potere figlio del fascismo e segue logiche e stili autoreferenziali, mentre la cultura della gente comune mantiene tratti tipici differenti. Da tale discrepanza scoccheranno le prime scintille della Resistenza, prodromi della riscossa democratica. Naturalmente questa narrazione riflette un'esperienza tragica quale fu la dittatura fascista, ma contiene anche elementi che ci interrogano riguardo a una situazione che precede il fascismo e che sarà destinata a sopravvivergli: la frattura tra la cultura "ufficiale", "centrale" e la cultura delle periferie.
In questi mesi il dibattito politico offre molte dichiarazioni estemporanee relative al processo di unificazione italiana. Si tratta di discussioni in cui spesso la strumentalità rivaleggia con l'approssimazione. Ma la difficoltà di disinnescare definitivamente certe polemiche sulla comune appartenenza nazionale nasce anche dalla difficoltà storica ad accogliere le diverse peculiarità culturali delle periferie e inserirle all'interno di un'unica narrazione nazionale.
Pensiamo a un simbolo con elevato potere integrativo qual è il leone di San Marco. Tale simbolo è utilizzato dalla marina militare italiana, essendo il battaglione San Marco un suo reparto scelto. Soldati del battaglione San Marco (provenienti da tutte le province d'Italia) durante la seconda guerra mondiale sono stati uccisi, o fatti prigionieri o deportati in Germania. Eppure di tali vicende si conosce molto poco e soprattutto molto poco se ne parla nelle scuole. Incide a questo proposito anche la considerazione nei confronti di una simbologia considerata periferica e che, pertanto, fatica a trovare spazio nei libri di scuola, pensati di solito in funzione non tanto delle molte periferie che costituiscono l'Italia, ma di un ceto culturale che ha interiorizzato le logiche funzionali del centralismo.
L'esempio del leone di San Marco offre spunti di riflessione in merito alla mancata valorizzazione civica del patrimonio storico italiano, che rappresenta una componente rilevante del deficit di legittimità delle nostre istituzioni politiche (4). L'esistenza di una collettività necessita della presenza di simboli condivisi. Noi abbiamo bisogno di simboli in cui identificarci e riconoscerci, per conferire un senso alla nostra convivenza civile. Pertanto, non riuscire a tesaurizzare all'interno di una narrazione nazionale condivisa quei simboli presenti nei territori rischia di far riemergere quella simbologia, ma cambiata di segno: e allora il simbolo del leone di San Marco, che in potenza ha un elevato valore integrativo condivisibile in una narrazione nazionale, può riemergere come simbolo di divisione, contraddicendo la dimensione cosmopolita ma almeno e mediterranea di Venezia. Quello che poteva essere un simbolo di integrazione dei continenti può ritornare in maniera strumentale come simbolo polemico nei confronti dell'unità dell'Italia.
Tutti ricordiamo l'assalto da parte dei "Serenissimi" nel maggio del 1997, quando otto uomini equipaggiati in modo artigianale "occupano" per alcune ore il campanile di San Marco rivendicando una ideale continuità rispetto all'esperienza storica della Repubblica Serenissima (mancavano pochi giorni al bicentenario della sua fine, avvenuta il 12 maggio 1797). Questa orgogliosa rivendicazione del mito della Serenissima realizzata mediante un atto clamoroso, ripreso e diffuso da tutti i mezzi di comunicazione mondiali, ha distrutto definitivamente la visione oleografica del quieto Veneto "bianco", così pervicacemente – e pigramente – diffusa dai media nel resto del nostro Paese (5), e ha spiazzato tutti i partiti. Compresa la Lega Nord e la sua classe dirigente che si è mostrata inizialmente disorientata. Infatti, «[essa] prima ha reagito scompostamente denunciando come una provocazione dei servizi segreti quell'azione. Poi, ha cambiato atteggiamento quando si è capito che l'azione del campanile stava rivelando un vasto consenso – sommerso – per il mito della Serenissima» (6).
È il caso di ricordare che un aiuto sostanziale a una Lega in difficoltà di fronte a un fenomeno proveniente da ambienti rurali non controllabili dall'èlite del partito è giunto dall'autorità prefettizia che, basandosi su una disposizione legislativa del 1923 (albori del periodo fascista), ha dichiarato fuori legge la bandiera di San Marco. In tal modo, le istituzioni politiche nazionali «non vennero neppure sfiorate dall'idea di avere regalato a Bossi, con quel simbolo, un pezzo di storia d'Italia» (7).
Condividere nel modo migliore l'alto monito del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riguardo alla necessità di valorizzare le ragioni dell'unità d'Italia in occasione del suo centocinquantesimo anniversario (8), vuol dire comprendere meglio la nostra storia nazionale accettandone la pluralità di punti di vista e di esperienze, facendo sintesi virtuosa delle nostre differenze, ossia assumere una disposizione culturale di cui nel dibattito politico corrente non si vede neppure un'avvisaglia (9).
Le migliori composizioni floreali sono quelle che sanno combinare fiori fra loro differenti. Tale nobile lavoro richiede idee generose e mani capaci.
NOTE
(1) Carlo Trigilia, Grandi partiti e piccole imprese. Comunisti e democristiani nelle regioni a economia diffusa, Il Mulino, Bologna, 1986.
(2) Luigi Meneghello, Fiori italiani, Rizzoli, Il Mulino, 1976.
(3) Marco Almagisti, La qualità della democrazia in Italia. Capitale sociale e politica, Carocci, Roma, 2009.
(4) Roberto Cartocci, Fra Lega e Chiesa. L'Italia in cerca di integrazione, Il Mulino, Bologna, 1994.
(5) Mario Isnenghi, Vent'anni dopo (e vent'anni prima), in "Venetica. Rivista di storia contemporanea", s. 3, XVIII, n. 9, 2004, pp. 7-36.
(6) Giuseppe Gangemi, Grande Padania, piccola cultura. Il Nord-Est nella nuova Europa, Ediesse, Roma, 1999, p. 57.
(7) Paolo Rumiz, La secessione leggera. Dove nasce la rabbia del profondo Nord, Editori Riuniti, Roma, 1997, p. 30.
(8) In perfetta coerenza con il compito di pedagogia civile che la Presidenza della Repubblica italiana si è assunta nell'ultimo decennio, cfr. Selena Grimaldi, Gianni Riccamboni, Valori politici e capitale sociale nei discorsi dei presidenti della Repubblica, in M. Cortelazzo, A. Tuzzi (a cura di), Messaggi dal Colle. I discorsi di fine anno dei presidenti della Repubblica, Marsilio, Venezia, 2008, pp. 135-78; Selena Grimaldi, Presidenti e forme di governo, Carocci, Roma, in preparazione.
(9) Gianfranco Pasquino, Arcitaliani e antitaliani, in "Rivista dei Libri", XX, n. 3, 2010, pp. 4-6.
Documentazione di approfondimento è disponibile nella rubrica R&S


